giovedì 31 gennaio 2008

Pochi spiccioli


Bankitalia
44 miliardi di euro sottratti al lavoro
Roberto Romano

La Banca d'Italia ha appena pubblicato l'indagine sui bilanci delle famiglie e tutti i commentatori hanno evidenziato la distribuzione della ricchezza che è concentrata nel decile più alto: il 45% della ricchezza è posseduta dal dieci per cento delle famiglie più ricche. Se la ricchezza è un indicatore importante, il reddito è un indicatore che più di altri interessa la capacità contrattuale del sindacato. Infatti, la ricchezza interessa di più l'attività fiscale dello stato che l'attività contrattuale. In questo senso l'idea di una patrimoniale - riproposta ieri da Galapagos - non è così fuori posto, in particolare se consideriamo che il reddito da capitale ha manifestato dei forti tassi di crescita in termini di flusso e di stock.
Ma l'indagine della Banca d'Italia permette una valutazione del reddito da lavoro dipendente, indipendente, da trasferimenti e da capitale. Attraverso la raccolta delle indagini della Banca d'Italia dal 1993 al 2006 è stato possibile «quantificare» la minore-maggiore disponibilità delle diverse tipologie di reddito e capire, così, meglio come si è modificato la distribuzione del reddito tra le varie classi sociali.
Proviamo a considerare i due estremi dell'indagine della Banca d'Italia, cioè 1993 e 2006. Il reddito da lavoro dipendente nel 1993 era pari al 43,7% del Pil, mentre nel 2006 era pari al 40,7%. Sostanzialmente il reddito da lavoro dipendente ha perso peso «economico» all'interno del flusso di reddito realizzato dal paese nel corso di questi ultimi 13 anni. Il reddito da libera professione aumenta, invece, dal 12,9% del pil al 15,1%, cioè cresce in misura maggiore della crescita del pil. Il reddito da trasferimenti (previdenza ed altro) passa dal 22,1% al 23,5% del pil. L'incremento, seppur contenuto, è legato agli interventi dello stato per far fronte alla crisi del sistema economico. I redditi da capitali diminuisco leggermente, scendendo dal 21,3 al 20,7% del Pil.
Utilizzando la destinazione percentuale del reddito del 1993 per il 2006 è possibile calcolare quanto reddito è stato perso e/o guadagnato dalle diverse tipologie di reddito. I risultati sono importanti, ancorché non sorprendenti. Rimane comunque alta la «cifra» di reddito potenziale perso dal reddito da lavoro dipendente che non può essere in nessun modo soddisfatto da una diversa redistribuzione del carico fiscale. Infatti, teoricamente il reddito da lavoro dipendente tra il 1993 e il 2006 avrebbe perso qualcosa come 44 miliardi di euro; il reddito da libera professione avrebbe guadagnato 32,5 miliardi e il reddito da capitale perso poco più di 3 miliardi.
Occorre sottolineare che la quota di reddito da lavoro dipendente è diminuito in presenza di una forte crescita del numero dei lavoratori dipendenti. Evidentemente chi entra nel mercato del lavoro ha reddito di ingresso non solo saltuari, ma anche troppo più bassi rispetto a chi è integrato nel mondo del lavoro. Sostanzialmente la creazione di nuove figure contrattuali (44) ha eroso alla fonte la possibilità di intercettare quote crescenti di reddito.
Se la contrattazione negli ultimi due anni ha permesso il mantenimento della quota di reddito da lavoro dipendente sul Pil rispetto al 2002, in realtà c'è stata una lieve crescita, salari di ingresso troppo bassi non potevano spostare quote di reddito. L'indagine della Banca d'Italia sottolinea come l'intervento fiscale sui redditi da lavoro dipendente sia insufficiente, non tanto nelle intenzioni, quanto nella efficacia. Spostare un punto di Pil verso il reddito da lavoro dipendente è una frazione dei 3 punti di pil persi dal lavoro dipendente. La contrattazione e il suo modello diventano in questo modo strategici.



mercoledì 30 gennaio 2008

Contadini, Operai, Impiegati.

DAL IL MANIFESTO

Il lavoro in diretta materializza gli invisibili
Fiat e ThyssenKrupp raccontate dagli operai. L'inchiesta di Primo Piano che guarisce la «smemoratezza»
Loris Campetti

Contadini, operai, impiegati. Vale a dire lavoro. Quel lavoro di cui si è timidamente tornati a parlare scoprendo che esiste ancora, ma non garantisce più il riscatto sociale per sé e per i figli, in conseguenza delle accresciute ingiustizie che impoveriscono chi vive del suo salario. Un lavoro che colloca l'operaio sotto la soglia di povertà e colpisce una fascia importante di borghesia, quel ceto medio che una volta si sarebbe detto proletarizzato. Per non parlare del lavoro nei campi, dove più che quarant'anni fa vige il caporalato, regnano nero e sommerso e il bracciante è spremuto più delle olive nel frantoio o è comandato, come le olive abbandonate in terra non raccolte, a marcire. Il lavoro dipendente che non muore, mentre muoiono i lavoratori, ogni giorno, tre o quattro al giorno. Se ne muoino tanti tutti insieme come alla ThyssenKruppm, tornano a fare notizia, escono dal dimenticatoio in cui in cui l'ideologia del mercato e le baggianate del postindustrialismo li avevano incatenati.
I media, troppo a lungo e colpevolmente silenti, riaprono gli occhi. Per quanto chissà. Ma l'unico modo per non parlare più degli operai morti è quello di raccontarli da vivi, guardarli e mostrarli nella loro quotidianità fatta di sfruttamento e alienazione che garantiscono la ricchezza di pochi e il Pil di tutti. Se oggi è possibile una diretta come quella che sabato pomeriggio ci ha regalato Rainews24 da Torino, in cui si è connessa la sconfitta dell'80 alla Fiat alla strage di oggi alla ThyssenKrupp, è perché il sottile filo rosso del racconto sociale non si è mai del tutto spezzato. Grazie a piccoli giornali che non si sono imbarcati nel bastimento della presunta modernità liberista. Grazie a giornalisti curiosi e coraggiosi che hanno preferito l'inchiesta alla carriera. Grazie a testate come Rainews24 o come alcune enclave del Tg3 che hanno continuato a cercare nel corpo vivo della società. Esemplare da questo punto di vista è il lavoro di Santo Della Volpe dentro il mondo del lavoro per raccontare cosa è diventato. Tre reportage, una giornata passata insieme a un operaio di Mirafiori («Vita da operaio»), una con un bancario («Vita da impiegato») e un'altra con due lavoratori della terra, un contadino-imprenditore emiliano e una bracciante pulgliese («La terra è bassa»). Tre storie di lavoro e di vita che narrano la difficoltà di arrivare a fine mese, raffrontando le condizioni materiali di ieri e di oggi per verificarne l'impoverimento. Oggi un operaio Fiat deve lavorare il doppio degli anni per comprare l'utilitaria che lui stesso costruisce, non può mandare la figlia in gita scolastica. E il bancario che ha perso status e stipendio deve stringere la cinghia, mentre la bracciante - come l'operaio - ha un solo sogno che si allontana nel tempo, riforma dopo riforma: il giorno della pensione. Mentre ieri una famiglia operaia poteva offrire ai figli un futuro migliore, oggi vive con l'aiuto dei genitori e i figli sanno che vivranno peggio, più poveri e precari, di chi li ha messi al mondo.
Uomini e donne in carne e ossa che ci raccontano cosa è diventato il lavoro. Sono gli invisibili a parlare, che soffrono di questa invisibilità più ancora del loro salario che perde potere d'acquisto, mentre loro perdono potere, il potere di cambiare la loro condizione e, anche un po', la società. Queste storie le abbiamo viste e ascoltate a Primo Piano, Tg3. Ne aspettiamo altre, possibilmente in prima serata. E speriamo che si apra una sana competizione tra giornalisti e tra testate giornalistiche, radiofoniche, televisive, che riporti in diretta la materialità della vita. Una diretta che potrebbe insegnare molto anche alla politica che tanto ha contribuito a chiudere il lavoro nella prigione dell'oblio.

martedì 29 gennaio 2008

LA SPONDA DEL CAMION


Un camion
DAL SITO RAINEWS24

Un operaio edile di 35 anni è morto mentre stava lavorava in un cantiere edile in via Toscanini, nella zona alta di Quarto, in provincia Napoli. Il giovane lavoratore sarebbe stato colpito al capo dalla sponda di un camion, ma la causa delal morte è ancora da accertare. La vittima è Pasquale Tamburelli ed era residente a Marano, località del napoletano. Lavorava nel cantiere per la Fiona Costruzione.

Stava scaricando un camion di tufi che servivano alla costruzione di una casa agricola in via Toscanini, sulla collina Viticella nella parte alta di Quarto, quando per un malore o perché colpito dalla sponda del camion si è accasciato al suolo. Soccorso dai suoi colleghi, è stato portato all'ospedale, dove è morto subito dopo.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Pozzuoli, che dovranno ricostruire la dinamica dell'incidente. Il cantiere è stato posto sotto sequestro.

lunedì 28 gennaio 2008

IL TRENO DEI DESIDERI

DAL IL MANIFESTO
Gli operai muoiono

Camminavano sui binari: 18 lavoratori travolti da un treno
m.ca
I morti questa volta non sono minatori. In Cina l'ultima strage di lavoratori - 18 morti e 9 feriti - è avvenuta in superficie, lungo i binari della ferrovia. E' accaduta mercoledì, ma la notizia è venuta fuori solo ieri. Le forti nevicate e il maltempo che imperversano nella provincia di Shandong hanno reso difficili le «comunicazioni», sostiene un portavoce dell'azienda per cui lavoravano gli operai travolti dal treno veloce Pechino-Qingdao. Alla strampalata «giustificazione» si accompagnano ricostruzioni piuttosto oscure della terribile sciagura. L'impressione è che le ferrovie cinesi cerchino di scaricare la responsabilità sull'azienda che aveva in appalto i lavori di manutenzione. E viceversa.
Alle 20,30 nei pressi di Anqui un treno ha investito una squadra di manutentori che, al buio, camminava sul binario per raggiungere la massicciata da rimettere in sesto. I lavori, sostengono le ferrovie, dovevano iniziare alle 22. E da quell'ora i treni in transito dovevano abbassare la velocità a 45 chilometri all'ora. Gli operai si trovavano nel posto sbagliato all'ora sbagliata. «Hanno usato i binari come scorciatoia e per arrivarci hanno abbattuto una staccionata», dichiara alla tv un funzionario delle ferrovie. Alle palesi violazioni delle norme di sicurezza si è aggiunta la sfortuna: «Camminavano sull'unico binario su cui a quell'ora era previsto il passaggio di un treno».
Questa versione inchioda l'azienda di manutenzione. E però la strage è avvenuta alla vigilia della Festa della primavera, con centinaia di milioni di cinesi in viaggio - soprattutto in treno - verso villaggi natali e località turistiche. E' possibile che le ferrovie, sotto stress per il maggior numero di treni in circolazione, abbiano pasticciato nel comunicare ai convogli in transito da Anqui l'ora in cui abbassare la velocità. Resta il fatto che nessuna azienda dovrebbe far camminare i suoi dipendenti lungo i binari, né di giorno né tantomento di notte.
Il ministro dei trasporti si limita a dichiarare che le condizioni dei 9 feriti ricoverati in ospedale sono stabili, che nessuno sul treno si è fatto male e che il traffico, dopo «una breve sospensione», è ripreso normalmente.
Due giorni fa il governo cinese ha reso note severe sanzioni (espulsione dal partito ed estromissione dagli incarichi pubblici) per 183 manager e funzionari responsabili di 5 gravi «incidenti» sul lavoro che hanno causato 180 vittime.


venerdì 25 gennaio 2008

I 27 BAMBINI


DAL IL MANIFESTO

San Giuliano di Puglia non trova pace
La gestione del post-terremoto in Molise. Tra soldi distribuiti per alimentare clientele e una giustizia che ha tradito ogni aspettativa
Cinque anni dopo il sisma che ha distrutto la scuola «Francesco Jovine» e ucciso ventisette bambini, il paese attende ancora di essere ricostruito. Nel frattempo il governatore Iorio (FI) ha distribuito a pioggia i fondi destinati ai comuni terremotati
Serena Giannico
San Giuliano di Puglia (Cb)

Le casupole basse bucano il paesaggio grigioverde. Appaiono all'improvviso, affastellate, livide, degradanti sulla falda della collina, con gli usci uguali, i tetti uguali, le viuzze senza nomi tutte uguali. San Giuliano di Puglia, adesso, sta qui. «Villaggio temporaneo», indica un cartello sulla strada bianca di curve e avvallamenti. Il paese, quello originario, è stato devastato dal sisma del 2002. Poco più di cinque anni dopo i giorni della tragedia la maggior parte dei cittadini è parcheggiata dentro minuscole costruzioni di legno accozzate sulla brulla appendice di una realtà straziata, salutata dagli ulivi e che sa di dover necessariamente credere nella ripresa. «Non sono le baracche di Colfiorito, neppure le stamberghe dell'Irpinia o quelle, che ancora segnano la Sicilia, del terremoto di inizio '900 - dicono alcuni anziani appoggiati ad una staccionata -, ma significano insicurezza e precarietà. Siamo accompagnati da sconforto, ogni giorno, perché questo tempo passato non ha offerto i frutti migliori. E c'è da attendere, parecchio. Chissà quando le riavremo, quattro pareti vere». «I tempi sono lunghi - afferma Vincenzo Francario, del Comitato vittime - nonostante i proclami dell'ex premier Silvio Berlusconi che, al momento del disastro, pareva volesse portare miracoli. Ma oltre ai suoi messaggi mediatici c'è stato poco. I fondi della ricostruzione sono stati dirottati in posti dove non è stato percepito il tremore della terra. E neppure il rumore della tragedia, con le sue trenta vittime. Tiriamo avanti scandendo alla bell'e meglio le scomodità, l'instabilità, le piaghe...».
Più in là, dove lo sguardo arriva bene, le impalcature e le gru cingono la San Giuliano della catastrofe. Quell'autunno ha lasciato in pace solo il ventre del borgo, col campanile giallo scampato alla disfatta e rimasto a vegliare le disgrazie della sua gente. Ora c'è un paesaggio fantasma, di tubi metallici, travi, ruspe e scavi. I ponteggi si inseguono, a frotte, uno dietro l'altro, a non finire, sulle strade cianotiche, svuotate, irrazionali. «Tra armature e intelaiature - evidenzia un uomo che s'allontana con un fastello d'erbe sotto il braccio - ognuno cerca di intravedere il proprio futuro. Purtroppo resteranno i lutti». Che qualcuno sente già lontani, ma che assediano, prepotenti, le macerie della scuola elementare «Francesco Jovine», sventrata, sbarrata e sferzata dal vento. Tra i detriti dei muri squassati, che cadendo hanno ammazzato, svettano sprazzi di arbusti gialli. Sul cemento fanno capolino un banco e una sedia. E sulla rete che delimita l'istituto della morte, si aprono fasci di rose: per gli alunni e la maestra, Carmela Ciniglio, schiacciati dall'edificio che, all'improvviso, quel 31 ottobre, al primo violento sussulto si ripiegò e si accasciò orrendamente al suolo. Un massacro. La prima classe, quella dei bambini del '96, debellata. Ventisette creature rimaste uccise: tra esse due coppie di fratellini.
Dentro le rovine
Tra le macerie s'aggira un cane dalle orecchie lunghe, che sembra scavare rabbia. La collera s'annida tra i massi. Spunta da ogni pietra, da ogni nostalgia che si fa pietra. I ragazzini scampati al dramma, fuggiti da quelle aule che si sono trasformate in trappole letali, di tanto in tanto si lasciano andare ai ricordi, appena accennati. I compagni seppelliti «... non ce l'hanno fatta - rammentano - perché non c'è stato proprio il tempo. Noi siamo stati fortunati...». Trentasei udienze ci sono state per il processo della scuola collassata. Venuta giù d'un botto. Sei imputati tra tecnici e amministratori che, dai primi anni Cinquanta in poi, si sono occupati della realizzazione del complesso e della sua sopraelevazione. Il pubblico ministero, Nicola Magrone ha sostenuto la loro colpevolezza. Perché - ha affermato ripetutamente - a far sbriciolare l'istituto «non è stato il terremoto, ma la violazione delle norme del buon costruire». Irregolarità e furberie che appartengono «all'Italia peggiore». Ma il giudice, Laura D'Arcangelo, ha assolto, addossando l'accaduto all'Italia dei cataclismi. Nessuna responsabilità. Cancellate le accuse di omicidio e di disastro colposo e lesioni. Ma alimentati, di più, se possibile, il rancore e l'astio. «Una sentenza che è una vergogna - inizia Adriana Ferrucci, che sotto i macigni ha perso Lorenzo - ma questo lo abbiamo ripetutamente sottolineato. Aspettiamo, adesso, la Corte d'appello». E riflette: «La palestra era inagibile da anni eppure è rimasta in piedi, così come molte catapecchie... Perché, invece, la scuola ha immediatamente ceduto?». «S'è fatta a pezzi come una pignatta - aggiunge Maria Di Stefano, madre dei gemellini Luca e Gianmaria, altri bimbi vittime - non è colpa del destino, come tentano di inculcarci, ma di quanti hanno eluso le leggi pensando agli introiti. I nostri figli trucidati dalla superficialità. Finiti come topi. E' inaudito ciò. E' dannata e impotente questa nostra storia». «L'unica consolazione che ci rimane - continua Ferrucci - è andare da loro quotidianamente, magari con i fiori più belli, perché solo questo gli puoi ancora dare. Quelle bare bianche, in fila, le hai sempre davanti. Loro, però, non li puoi più toccare». Tra l'altro, rincara Antonio Morelli, presidente del Comitato vittime «in molti hanno strumentalizzato e continuano a strumentalizzare i nostri figli per ottenere fondi ed è inaccettabile».
«Non fate fotografie, rubano l'anima»: così è inciso sul marmo all'ingresso del cimitero. Poco più avanti le tombe degli «angeli», come li chiamano... Stanno insieme, i visi piccoli piccoli senza più giorni, i sorrisi fermati. Persi in una marea di corolle slargate, imbronciate, appassite, di peluche, di carillon ormai stonati, pupazzetti, girandole colorate e biglie e nel tintinnio degli scacciapensieri che muovono la quiete, stordiscono, confondono, ghiacciano.
L'affaire sisma
«Da queste parti - riprende Francario - non stiamo nel fango, ma di sicuro nel disagio... Il Molise del dopo terremoto avrebbe dovuto essere d'esempio, avrebbe dovuto rappresentare un modello di efficienza e di vigore. Invece siamo ai primi passi: la ricostruzione è lentissima, in alcune zone allo stallo, a fronte di un grosso dispendio di denaro pubblico, sperperato nell'omertà. E poi improvvisazione, consulenti, periti e studi di progettazione che si moltiplicano e che talvolta non sanno neppure come operare, contributi elargiti in maniera insensata e dissennata. Avremmo dovuto stare subito meglio, ci siamo trovati peggio. E questo anche perché i fiumi di denaro arrivati sono stati amministrati solo dall'attuale governatore, Michele Iorio, che li ha assegnati a propria discrezione». «Facendoli ruotare - rilevano alcune donne - attorno alla sua politica, alla sua ricandidatura, alla sua campagna elettorale. Ingiustizie e sprechi non si contano. Era nelle aree disastrate che si sarebbe dovuto ricominciare. Avrebbero dovuto avere la priorità nell'impiego dei contributi: così non è stato, perché il clientelismo ha avuto il sopravvento, e l'emergenza si tocca ancora con mano...».
Millecinquecento famiglie costrette nei prefabbricati e in sistemazioni provvisorie per le quali lo Stato paga l'affitto. «A San Giuliano, pur se le case promesse non sono ancora state innalzate - osserva un capannello di uomini in attesa della partita di calcio dinanzi al campo sportivo - siamo sicuramente avanti rispetto agli altri centri e ciò perché i soldi sono stati gestiti direttamente dal Dipartimento della protezione civile. Altrove la situazione è agonizzante. Dei nuovi fabbricati, che avrebbero dovuto essere pronti entro due anni dalle scosse telluriche, non esiste traccia».
Colletorto, Casacalenda, Bonefro, Santa Croce di Magliano, Castellino del Biferno, Ururi, Rotello, Provvidenti, Ripabottoni, Morrone del Sannio, Larino, Montelongo e Montorio nei Frentani: questi i centri che dopo una prima ricognizione vengono classificati come terremotati con oltre il 40 per cento del territorio distrutto. Costituiscono il cosiddetto «cratere». Successivamente Iorio (Forza Italia) fa diventare «sismici» tutti gli 84 comuni della provincia di Campobasso. Nel gennaio del 2003, la costa viene annientata dal maltempo e dagli allagamenti: uno sfacelo. Il 12 marzo successivo Berlusconi conferisce pieni poteri a Iorio innalzato, con l'ordinanza 3268, a commissario delegato per i cataclismi che hanno di recente devastato il Molise. Il provvedimento del presidente del consiglio contiene anche il deleterio articolo 15, per il quale transita il «programma pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva della regione colpita dagli eventi sismici e da quelli meteorologici, da finanziare anche con il concorso delle risorse nazionali e comunitarie destinate allo sviluppo delle aree sottoutilizzate». Nel documento, quindi, si parla di rilancio del Molise, non solo dei luoghi falcidiati. E', per Iorio, l'escamotage per attingere e distribuire somme a propria discrezione. L'articolo 15 è il calderone nel quale far confluire tutti gli stanziamenti disponibili - Cipe, rimodulazione Por, solidarietà nazionale - scavalcando le competenze del consiglio. E' il passe-partout che gli permette di spendere come crede. E' il pozzo dal quale tirar su secchiate di quattrini. E' il balletto degli scialacquamenti. E' il conto - numero 3098 presso la Tesoreria provinciale di Campobasso della Banca d'Italia - da cui prelevare per fare «omaggi», soprattutto in provincia di Isernia, neppure scalfita dalle calamità, ma dove in passato è stato sindaco e dove, quindi, ha un consistente serbatoio di voti. E' il mezzo per captare e cooptare fedelissimi utili alla sua rielezione, che c'è, nel novembre 2006, ed è netta, alla faccia del centrosinistra: l'affaire sisma ha maturato i dovuti risultati. Quindi il dramma si è trasformato in... oro. Con 380 milioni - su 500 arrivati dal 2003, compresi gli 86 del 2007 - spalmati allegramente nei 136 comuni della regione, a enti, iniziative e aziende. Un flusso inarrestabile di euro, 170 milioni dei quali sono stati usati effettivamente per ristrutturare, riparare, demolire e riedificare. Il resto è stata una spartizione che non ha considerato le necessità. «Facendo un rapido calcolo - riporta un dossier del quotidiano on line Primonumero.it - salta fuori che ogni residente della provincia di Isernia, dove il sisma è stato visto solo in tivù, ha avuto a disposizione 563 euro a testa contro i 530 euro degli abitanti della provincia di Campobasso. Dunque, chi ha beneficiato della "ripresa produttiva"? Le zone terremotate? O gli amici degli amici?». E ancora: «Si chiama Sant'Angelo del Pesco, ci vivono 416 anime e si trova all'estremità occidentale della regione, in provincia di Isernia e a confine con quella di Chieti. E' una roccaforte del centrodestra e, anche se il terremoto è stato a 110 chilometri di distanza, ha goduto di tre finanziamenti: per l'irrinunciabile "realizzazione di un centro di equitazione di campagna"(425 mila euro), per il miglioramento "del verde attrezzato in località Canala" (200 mila euro) e per "la sistemazione dell'arredo urbano". Il totale fa 815 mila euro ai quali vanno sommati 626 mila euro per otto imprese artigiane e 274 mila euro per tre commerciali. Complessivamente ci sono stati regali per un milione 688 mila euro che vuol dire più di 4 mila per abitante. Mentre i 28 mila 561 residenti del "cratere" ne hanno avuti 1.276 ciascuno, meno di un terzo».

giovedì 24 gennaio 2008

LA BOMBOLA DEL GAS


Bolzano, morte al Palaghiaccio
dal IL MANIFESTO


L'esplosione di una bombola uccide un operaio. Poteva investire decine di bimbi
Un secondo lavoratore ustionato dallo scoppio. A Spoleto perde la vita un agricoltore travolto dal trattore. Altri tre feriti: a Porto Marghera, in provincia di Piacenza e nel vicentino
Roma

Un infortunio sul lavoro che avrebbe potuto trasformarsi in una strage: ieri al Palaghiaccio di Ora, un paesino alle porte di Bolzano, è morto un operaio, e un altro è rimasto ferito, a causa dell'esplosione di una bombola di gas usata per alimentare l'impianto di raffreddamento. Nella pista di pattinaggio del Palaghiaccio, per fortuna a distanza dal luogo dell'esplosione, erano presenti due classi (una liceale e i bambini di una materna) per i loro quotidiani allenamenti di educazione fisica: i fumi dello scoppio li hanno in parte investiti, cosicché una ventina di loro, per precauzione, sono stati portati al pronto soccorso. Per fortuna se la sono cavata con un grande spavento e sono stati dimessi dall'ospedale poco dopo il loro ricovero.
Purtroppo, però, non è stato altrettanto «fortunato» l'operaio decedutom, Franz Baumgartner, di 56 anni. La disgrazia è avvenuta alle 10.30. L'impianto sportivo a quell'ora era affollato di bimbi dell'asilo e di allievi della media superiore. Come avviene periodicamente è entrato nel piazzale davanti alla pista un furgone con le bombole piene di ammoniaca, il gas che alimenta il circolo di refrigerazione. Il guidatore, Baumgartner, addetto di una ditta specializzata, era appena sceso dal veicolo quando una delle bombole è scoppiata. L'uomo è morto all'istante orrendamente sfigurato dall'esplosione, con i frantumi della bombola e con le lamiere del furgone scaraventati a una quarantina di metri di distanza. «Con tutta evidenza, al momento dello scoppio della bombola c'è stata anche un'invasione di angeli custodi», ha detto Walther Depaoli, il responsabile dei pompieri che ha coordinato le operazioni di soccorso. La bombola esplosa, infatti, era stoccata nel furgone assieme ad altre otto, di cui quattro erano piene di gas. Fortunatamente le valvole hanno resistito e così è stata evitata un'esplosione a catena, con i conseguenti proiettili di metallo che avrebbero potuto raggiungere i ragazzini che sciamavano nell'impianto.
Al momento sulle cause non c'è alcuna certezza: gli investigatori ipotizzano che possa essere stata determinata da un difetto della bombola esplosa, ma dalle prime indagini non si è saputo con certeza se l'azienda altoatesina dove i contenitori sono stati caricati di gas fosse in regola con le prescrizioni di legge. I carabinieri sono stati incaricati di svolgere indagini anche nella fabbrica delle bombole.
A Venezia intanto proseguono le indagini dello Spisal per la morte di due operai nella stiva della World Trader, nave panamense carica di soia, in seguito all'incidente avvenuto venerdì scorso durante le fasi di scarico al porto di Marghera. Oggi il pm Gianni Pipeschi affiderà gli incarichi ai periti per l'autopsia sui corpi di Paolo Ferrara e Denis Zanon. I vertici del Centro intermodale adriatico (Cia) di Marghera si dicono «pronti a fornire la massima collaborazione al titolare dell'inchiesta pur di fare chiarezza sull'incidente».
Ma ieri si è verificato purtroppo un altro incidente a Marghera, per fortuna non mortale. Un operaio è finito in un canale con una macchina spazzatrice industriale, non riportando ferite gravi. L'operaio, che stava lavorando al Terminal intermodale Venezia (Tiv), stava ripulendo una banchina da residui di operazioni di scarico da una nave. Immediatamente è stato proclamato uno sciopero da parte delle maestranze del terminal.
E da Nord a Sud, quella di ieri è stata un'altra giornata di morti e feriti. Un agricoltore di 40 anni è morto in provincia di Spoleto, travolto dal trattore che stava guidando. Nel piacentino, alla Sterilton di Casaliggio, un operaio di 29 anni, Carlo Antonuccio, è stato ricoverato e si trova ora in prognosi riservata dopo essere precipitato da un'altezza di otto metri, durante lavori di manutenzione dello stabilimento conserviero. Infine nel vicentino, un operaio di 25 anni, Massimo Tonin, è stato attraversato da una scarica elettrica di 20 mila volt durante lavori di manutenzione di uno stabilimento: ha riportato ustioni di secondo e terzo grado.

mercoledì 23 gennaio 2008

LA FAME


Unicef: 26 mila bambini morti al giorno.

SICILIAINFOMAZIONI


Mentre una piccola parte del mondo vive nel lusso e nel benessere, milioni di bambini continuano a morire per fame, per malattie infettive, per cattive condizioni igieniche. Ma chi sono e, soprattutto, quanti sono?


Sono 26 mila, hanno meno di cinque anni, l'80% nell'Africa sub-sahariana e nell'Asia meridionale. Ogni giorno soccombono per cause ambientali e sociali facilmente prevenibili; cause di mortalità scomparse nei paesi occidentali.

A denunciare la drammatica realtà é l'Unicef, che ieri ha presentato il rapporto sulla condizione dell'infanzia nel mondo, dedicato al diritto alla salute ("Nascere e crescere sani"). Per la prima volta nel 2006 - ribadisce l'Agenzia dell'Onu per l'Infanzia - le morti dei bambini sono scese sotto i 10 milioni (erano 20 milioni nel 1960). Tuttavia, sono ancora tanti i decessi dei più piccoli, 9,7 milioni. Nel 2006, il tasso globale di mortalità infantile sotto i cinque anni era di 72 morti ogni mille nati vivi, il 23% in meno rispetto al 1990.

Si muore per guerre, disastri naturali, Aids, miseria e scarse strutture medico sanitarie. Alcuni paesi in via di sviluppo come Cuba (7 morti ogni mille nati vivi), Sri Lanka (13) e Siria (14) hanno ottenuto i massimi risultati nella riduzione della mortalità infantile. Al contrario, Sierra Leone (270), Angola (260) ed Afghanistan (257) continuano ad avere i tassi più alti al mondo. All'ultimo ed ambito posto della classifica per tasso di mortalità infantile ci sono la Svezia e Singapore (189/o posto). Anche l'Italia si colloca in fondo, è al 175/o posto.

La mortalità infantile risente delle condizioni di vita delle madri: mezzo milione di donne muore ogni anno per motivi legati al parto o alla gravidanza. Nei paesi in via di sviluppo un quarto delle donne incinte non riceve nemmeno una visita medica prima del parto. Le bambine sotto i 15 anni hanno 5 volte più probabilità di morire per parto rispetto alle ventenni. I paesi dove è più alta la mortalità materna è il Niger (una probabilità su 7 di morire), Sierra Leone ed Afghanistan (una su 8); i più bassi Argentina (una su 530), Tunisia (una su 500), la Giordania (una su 450). Nell'Africa sub-sahariana assicurare l'assistenza sanitaria alle madri per il 90% vuol dire riuscire a salvare 800 mila bambini ogni anno.

Quali le principali cause di morte? Le complicazioni neonatali (36%), la polmonite (19%), la diarrea (17%), la malaria (8%), il morbillo (4%), l'Aids (3%). Di diarrea, ad esempio, muoiono circa 2 milioni di bambini l'anno. La malnutrizione, poi, è il principale fattore della metà delle morti di bambini.

Si stima che fra due anni, quasi 16 mln di loro saranno orfani per colpa dell' Aids. 2,3 milioni di bambini sotto i 15 anni vivono con l'Hiv. Nel 2006, ci sono stati 530 mila nuovi contagi, per lo più trasmesso da madre a figlio. Entro il 2010, soltanto nell'Africa sub-sahariana saranno 15,7 milioni i bambini rimasti orfani a causa dell'Aids.

Anche la mancanza di acqua potabile fa strage di piccoli: almeno 1,5 mln l'anno.

Il numero è terrificante, ma reale.


La mancanza di acqua potabile e servizi igienico-sanitari adeguati sono, infatti, all'origine dell'88% dei decessi dovuti a malattie diarroiche, ossia a oltre 1,5 milione di morti l'anno. Se solo si migliorasse l'accesso ai servizi, la morbilità associata alla diarrea si ridurrebbe di un terzo.


E' mai possibile che non si riesca a fermare questa mattanza?
I conflitti, poi, non producono altro che morte. Solo morte. Hanno ricadute tremende nella qualità della vita delle persone, bambini compresi. Attualmente, però, sono oltre 40 i paesi, il 90% dei quali a basso reddito, ad esserne coinvolti.


Intanto, l'Unicef sollecita alleanze comunitarie per combattere le morti dei bambini e ribadisce l'obiettivo prefissato entro il 2015 che prevede la riduzione di due terzi della mortalità infantile ricorrendo a politiche mirate, in particolare, contro le infezioni e per l'assistenza al parto. I costi - precisa - non sono altissimi. Si stima, ad esempio, che nell'Africa sub-sahariana l'applicazione di un 'pacchetto-minimo' di interventi essenziali, in grado di ridurre la mortalità infantile di oltre il 30% e la mortalità materna di oltre il 15% potrebbe avere un costo aggiuntivo, rispetto ai programmi attuali, di 2-3 dollari procapite.
Un costo modesto, dunque, per milioni di vite che hanno un prezzo
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