giovedì 7 febbraio 2008

FUOCHI D'ARTIFICIO

Esplode un deposito di fuochi d'artificio in Umbria: quattro morti e un ferito.
dal sito rainews24





Sul posto sono giunti i vigili del fuoco

Sono stati identificati i quattro morti vittime dell'esplosione del deposito di fuochi a S.Egidio di Madonna delle Macchie, nel comune di Orvieto, al confine tra Umbria e Lazio. Tutte e quattro le vittime erano residenti del viterbese.

Le vittime sono tutte della stessa famiglia. Sono Renato Cignelli, di 44 anni e la moglie Rosanna Abbatematteo, di 31; Fiorenzo Cignelli, di 58 anni, e la moglie di questi Elisabetta Tirinnanzi, di 53. Il ferito, loro congiunto, Giandomenico Cignelli, di 26 anni, ha riportato gravi ustioni e dall' ospedale di Orvieto sta per essere trasferito in un centro grandi ustionati. La fabbrica, intestata a Renato Cignelli, opera almeno dagli anni novanta ed ha ottenuto regolare autorizzazione per la produzione, detenzione e vendita di materiali esplodenti dalla prefettura di Terni.

La gestione era di carattere familiare, ma i Cignelli erano considerati particolarmente scrupolosi ed esperti nel loro lavoro. Le cause della esplosione, come detto, sono ancora da accertare e sarà particolarmente utile il racconto dell'unico sopravvissuto, Giandomenico Cignelli. I cadaveri sono stati recuperati da squadre di pompieri giunte da Terni, Orvieto ed Amelia. Le indagini sono svolte dalla polizia e coordinate dal procuratore della repubblica di Orvieto.

martedì 5 febbraio 2008

LO SCOPPIO DI UN FORNO

SCOPPIA UN FORNO NEL TORINESE FERITI DUE OPERAI

Un'esplosione questa mattina in una fabbrica di lavorazione metalli a Collegno (To) ha provocato il ferimento di due operai. E' successo tra le 6 e le 6,30, in via Rosa Luxemburg. Lo scoppio e' avvenuto dopo l'accensione di un forno, per cause ancora da accertare. I feriti sono un uomo di 42 anni, ricoverato all'ospedale Martini di Torino e le cui condizioni non sarebbero gravi, e un uomo di 41 anni, ricoverato attualmente al Cto di Torino in prognosi riservata.




lunedì 4 febbraio 2008

420 minuti

Incidenti sul lavoro: ogni 7 ore un morto

ANSA
ROMA - Un milione di incidenti l'anno e piu' di mille morti, un lavoratore ucciso ogni 7 ore: e' il bollettino della 'guerra a bassa intensita'' che ancora oggi torna a denunciare l'Anmil, l'associazione dei mutilati ed invalidi del Lavoro, che dal campo di battaglia dei reduci e delle vittime di questa guerra lamenta le troppe leggi inapplicate, le tutele negate, le ''buone leggi che restano solo sulla carta''.

Al punto che i fatti, dopo tanto parlare di prevenzione, dicono semplicemente che con il personale a disposizione impegnato a questo scopo, se si dovessero controllare tutte le aziende italiane, ognuna di esse riceverebbe, stima l'Anmil, un controllo ogni 23 anni. ''Non si puo' dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attivita' sia garantito'', e' il grido di allarme del'associazione che oggi, accompagnata dal Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e' stata ricevuta dal Capo dello Stato al quale ha consegnato un nuovo rapporto su quello che e' lo stato della tutela delle vittime di questa Caporetto quotidiana.

''Non si tratta di un fenomeno marginale e in via di estinzione, ma di un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione e nello stesso modo di essere della modernita': in realta', siamo in presenza di un fenomeno sociale di massa, sebbene la societa' non lo riconosca come tale. Di certo una vera e propria guerra a bassa intensita', che di regola si svolge nell'ombra e nel silenzio'' denuncia il presidente, Piero Mercandelli, che parla di una ''vergogna che macchia il Paese, che ignora il diritto al lavoro e alla sua sicurezza'' e di una ''contabilita' spesso arida e anonima, persino controversa, che non ha sussulti neanche di fronte alla fine di una vita''.

Le statistiche parlano di un'Italia che stenta piu' di altri Paesi a porre un limite a questa carneficina: in dieci anni gli infortuni mortali nel nostro Paese sono diminuiti del 25,49%, in Germania del 48,3%, in Spagna del 33,64%, nell'Unione Europea del 29,41%. I numeri, dice l'Anmil, ci dicono che realmente e' possibile fare di piu', che altri ci sono riusciti, salvando cosi' centinaia di vite. ''Il male dell'Italia e' che le leggi sembrano esistere solo sulla carta e la speranza e' che la stessa sorte non tocchi anche a quella varata nell'agosto del 2007, particolarmente avanzata nei principi ispiratori e nelle previsioni normative, ma oggi a rischio di restare incompiuta a causa delle vicende politiche''.

E anche per questa legge sulla sicurezza e tutela del lavoro, si evidenzia che a cinque mesi dalla sua entrata in vigore, i coordinamenti provinciali delle attivita' ispettive stanno appena muovendo, quando va bene, i primi passi. Anche sul fronte penale i reati di omicidio colposo o lesioni conseguenti al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro sono - dice l'associazione - sostanzialmente impuniti, vuoi per i tempi della giustizia vuoi per l'indulto intervenuto nel frattempo. I rimedi, ripete l'Anmil, sono noti e basterebbe avere la ''volonta' di porli in essere''.

E, quindi, investire sulle attivita' di prevenzione e controllo; introdurre sanzioni adeguate alla gravita' ed alle conseguenze dei comportamenti;organizzare un apparato amministrativo e giudiziario che assicuri l'applicazione certa e rapida delle sanzioni;promuovere iniziative informative e formative che sviluppino una maggiore attenzione alla prevenzione. ''In sostanza - conclude l'Anmil - qu

Politici e Imprenditori

Ironia della sorte: un paese impaurito che si dilania sul tema della sicurezza, sopporta come inevitabile necessità economica l'insicurezza nei luoghi di lavoro. Sicurezza pubblica e insicurezza privata: la prima può causare la disgrazia dei politici, la seconda sfiora appena la reputazione degli imprenditori"

Gad Lerner, su Repubblica

I CENTO PASSI

Appello per una


MANIFESTAZIONE

NAZIONALE

CONTRO LA MAFIA

a trent’anni dall’assassinio di

Peppino Impastato



9 Maggio 1978 – 9 Maggio 2008

Cinisi


Appello per una Manifestazione nazionale contro la mafia

in occasione del Forum sociale antimafia 2008

a 30 anni dall’assassinio di Peppino Impastato





Sono passati ormai trent’anni dall’assassinio politico-mafioso di Peppino Impastato e 29 dalla manifestazione nazionale contro la mafia che abbiamo organizzato a Cinisi in occasione del primo anniversario della sua morte.

Non possiamo dire che da allora nulla sia cambiato; abbiamo raggiunto obiettivi importanti con il nostro impegno e con la lotta quotidiana che abbiamo condotto io, mia madre, i compagni di Peppino, Umberto Santino e Anna Puglisi fondatori del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente dedicato a Peppino, seguiti da una parte della sinistra e dei movimenti legati alla nostra storia e alla nostra lotta.

Abbiamo affrontato un lungo percorso di fatica e di sofferenza che ci ha portato anche a sperimentare l’amarezza e la rabbia quando abbiamo toccato con mano le collusioni tra la politica, le istituzioni e la mafia.

Il lavoro di memoria e le attività portati avanti in questi anni sono stati difficili, ma non certo inutili: hanno contribuito a sviluppare una coscienza antimafiosa nelle nuove generazioni che hanno recepito positivamente il nostro messaggio.

Il pensiero, le idee di Peppino e la sua esperienza di militante comunista che guardava tutte le sfaccettature della realtà lo conducevano a partire dal basso, riprendendo la linea delle lotte contadine, anticipando i tempi e accelerando un processo di crescita e di presa di coscienza rispetto al pericolo costituito dalla mafia, fino ad allora volutamente sottovalutato: la sua era una vera e propria lotta di classe contro un sistema criminale basato sullo sfruttamento e sulla sopraffazione.

Non è stato facile per lui, così come non è stato facile per noi: abbiamo raccolto la sua eredità e siamo andati avanti, cercando di continuare giorno dopo giorno per costruire un progetto di antimafia sociale che partisse dall’esperienza di Peppino, dalle sue lotte nel territorio contro la speculazione edilizia, contro la disoccupazione, a fianco dei contadini di Punta Raisi che venivano affamati dall’esproprio delle proprie terre.

Peppino era in prima fila a Palermo nelle lotte studentesche del 1968 e nei movimenti del 1977, sempre alla ricerca di metodi innovativi, sfruttando al meglio con la sua fantasia e la sua passione i poveri mezzi di comunicazione che aveva a disposizione.

Facendo tesoro delle sue scelte e del suo percorso nel 1979 abbiamo sfilato per le troppo silenziose strade di Cinisi nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut, dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia Proletaria e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall’uccisione di Peppino. Eravamo in duemila: persone che venivano da ogni parte d’Italia, con un misto di rabbia, dolore, determinazione ed entusiasmo per i nuovi contenuti che portavamo in piazza.

La mafia non era più un fenomeno locale, circoscritto alla Sicilia, ma un fenomeno che aveva invaso pericolosamente tutto il territorio nazionale, coniugandosi con ogni forma di speculazione, di corruzione, di collusione con le istituzioni e con il potere politico ed economico, accumulando grandi masse di capitale con il traffico di droga che provocava migliaia di morti per overdose.

Siamo stati poi catapultati in una situazione pesante; ci siamo scontrati con una realtà drammatica: la mafia aveva alzato il tiro uccidendo chiunque tentasse di ostacolare il suo processo di espansione. Giudici, poliziotti, politici, militanti della sinistra, giornalisti, tutti ammazzati uno dopo l’altro in una mattanza che è durata molti anni, troppi, ed è culminata con la strategia dello stragismo.

Abbiamo vissuto tutto questo sulla nostra pelle mentre eravamo impegnati nella ricerca della verità e non solo riguardo l’omicidio di Peppino, denunciando e mettendo in evidenza gli ostacoli più turpi, quelli più dilanianti, quelli causati dalla collusione mafiosa con una parte delle istituzioni.

Le vicende giudiziarie riguardo il “caso Impastato” lo dimostrano: forze dell’ordine, magistrati, politici hanno tentato in tutti i modi di non farci arrivare alla giustizia, orchestrando un depistaggio vergognoso e tacciando Peppino di essere un terrorista-suicida. Non ci sono riusciti.

Parlare di legalità oggi significa anche riportare alla luce la versione veritiera di quanto è accaduto a Peppino e più in generale dal dopoguerra in poi, da quei grandi movimenti di liberazione che furono la Resistenza antifascista e il Movimento contadino. Le stragi di stato e le trame nere hanno insanguinato il nostro paese: Portella della Ginestra, le bombe nelle camere del lavoro, l’eliminazione di circa 40 sindacalisti e militanti della sinistra, il piano Solo, Piazza Fontana, il golpe Borghese, Piazzale della Loggia, l’Italicus, il sequestro Moro, il ruolo di Gladio, la stazione di Bologna, il Rapido 904 ed altri eventi sono tappe fondamentali nel nostro vissuto, nel vissuto di un paese costretto con la violenza a rispettare gli equilibri e gli accordi internazionali e bloccato nel suo processo di rinnovamento.

La repressione del sistema è scattata costantemente e in maniera scientifica ogni qualvolta si è cercato di apportare dei cambiamenti nel sistema sociale e ogni qualvolta il regime democristiano è stato messo in crisi. L’intolleranza rispetto ad una vittoria delle sinistre alle elezioni e alla loro avanzata ha scatenato la violenza del potere reazionario e dei gruppi fascisti contro ogni tutela democratica.

Non parliamo di vicende remote e lontane nel tempo: ancora oggi pesano le impunità delle azioni criminali fasciste dovute alle coperture e complicità istituzionali, ed è per questo che è necessario insegnare l’antifascismo nelle scuole come uno dei pilastri fondamentali della nostra Costituzione.

Negli ultimi anni la violenza di Stato ha attaccato i movimenti di lotta sociale, come è accaduto a Napoli e a Genova in occasione del G8, riapplicando lo stesso schema e le stesse strategie repressive che hanno coinvolto istituzioni, gruppi dell’estrema destra, servizi segreti e mafia.

Ecco perché bisogna gettare luce anche su alcuni lati oscuri dell’omicidio di Peppino: dai processi è venuta fuori solo una verità parziale, anche se fondamentale, una grande vittoria, ma non le motivazioni che hanno condotto al depistaggio. La Relazione della Commissione parlamentare antimafia sul “caso Impastato” ha ricostruito le dinamiche e le responsabilità del depistaggio, ma i responsabili sono rimasti impuniti.

Oggi, a distanza di tanti anni da quei fatti, viviamo una realtà che non si è affatto riassestata. Il sistema mafioso prolifera e i conflitti sociali non si sono mai assopiti: per far fronte alle degenerazioni della società, da cui scaturiscono le fortune politiche di personaggi come Berlusconi e di tanti altri, i movimenti continuano a mettere in pratica l’impegno dal basso ricoprendo un ruolo centrale nel mantenere viva l’autodeterminazione dei cittadini. È arrivato, però, il momento che acquisiscano una maggiore consapevolezza sulla centralità dell’impegno nella lotta alla mafia.

Bisogna rendesi conto che dopo il crollo del cosiddetto “socialismo reale” viviamo in una sistema di globalizzazione capitalistica, poco importa se la definizione più giusta sia imperialista o imperiale, che ricicla anche le forme più primitive di schiavitù, rilancia la guerra come forma di imposizione del dominio, rinfocola fanatismi e terrorismi, impone la dittatura del mercato e vuole cancellare le conquiste del movimento operaio, approfondisce squilibri territoriali e divari sociali, emarginando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, esalta la finanziarizzazione speculativa. In questo quadro le mafie si moltiplicano, con fatturati del cosiddetto “crimine transnazionale” che raggiungono più di mille miliardi di dollari, e con la formazione di veri e propri Stati-mafia.

Le analisi condotte in questi anni dal Centro Impastato di Palermo, da La borghesia mafiosa a Mafie e globalizzazione, si sono dimostrate le più aderenti alla realtà.

I movimenti noglobal degli ultimi anni rappresentano una forma di resistenza al neoliberismo e al pensiero unico ma non hanno sviluppato un’analisi adeguata del ruolo delle mafie nel contesto attuale.

Nel nostro Paese le mobilitazioni di questi ultimi mesi che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza per chiedere di rispettare il programma di governo, per pretendere giustizia e verità sui fatti di Genova, per difendere i diritti delle donne hanno mostrato che è presente nei cittadini la volontà di cambiare lo stato di cose. In questa prospettiva di mutamento la lotta alla mafia è uno dei terreni decisivi della lotta per il soddisfacimento dei bisogni e per la democrazia.

Ecco perché è importante che tutte le realtà impegnate nella lotta dal basso (No GLOBAL, No TAV, No PONTE, No TRIV, No al DAL MOLIN, e gli altri) garantiscano la loro presenza a Cinisi il 9 maggio 2008 in occasione del trentennale dell’omicidio di Peppino, per iniziare un nuovo percorso, per costruire e dare la spinta ad un movimento di lotta alla mafia che segua un programma rivoluzionario, non astratto e sloganistico, ma concreto e praticabile, e che si ponga l’obiettivo di battere definitivamente il fenomeno mafioso.

Non possiamo continuare ad aspettare, abbiamo perso troppo tempo.

Se non riusciamo a costruire un progetto e a trasmettere un messaggio di fiducia e di speranza alle nuove generazioni, bombardate da una strategia della diseducazione che indica come esempi da seguire personaggi di successo cinici e sfrontati, politici e rappresentanti delle istituzioni spesso sotto processo o condannati per mafia, come Dell’Utri e Cuffaro, difficilmente riusciremo a far crescere in loro una coscienza democratica e antimafiosa.

E non possiamo rimanere inerti al cospetto dei più di 1300 morti l’anno sul lavoro, un’autentica vergogna nazionale, delle migliaia di morti per l’amianto, delle vittime della malasanità, delle vittime dei soprusi e delle violenze nei paesi emarginati.

Non possiamo rimanere inerti rispetto alle devastazioni dell’ambiente e della natura che stanno letteralmente distruggendo il nostro pianeta.

Non si può sorvolare sulla necessità della laicità dello Stato come forma di garanzia per l’uguaglianza sociale e giuridica di tutti, al bando delle differenze sessuali, etniche e religiose.

Facciamo appello a tutte le associazioni che lottano per una legalità non retorica e formale, sparse sul territorio nazionale, affinché ci diano il loro contributo di idee e di azioni per lo svolgimento della manifestazione del prossimo 9 maggio.

Qualcosa comincia a muoversi: i movimenti anti-pizzo hanno ottenuto i primi risultati, promuovendo il consumo critico e l’associazionismo, i senzacasa di Palermo chiedono e ottengono le case confiscate ai mafiosi, le scuole si impegnano in prima linea, una parte del mondo religioso ha mostrato di volersi impegnare.

Facciamo appello all’informazione democratica e ai mezzi di comunicazione liberi affinché ci sostengano e sviluppino una conoscenza reale delle mafie e dell’antimafia, mentre troppo spesso assistiamo a trasmissioni e servizi che danno un’immagine suggestiva di feroci criminali e riducono l’antimafia alle iniziative più spettacolari.

Chiediamo il loro contributo agli artisti che si dichiareranno disponibili affinché con la musica, il cinema, il teatro e lo sport si cominci un’opera di sensibilizzazione e di educazione adeguate.

È importante che anche i Comuni che hanno intitolato una strada a Peppino partecipino al trentennale, così come gli iscritti alle sedi dei partiti della sinistra a lui dedicate.

Facciamo appello alle scuole, agli insegnanti e agli studenti, affinché siano al nostro fianco in questo difficile percorso.

Facciamo appello alle donne, ancora imbrigliate dai comportamenti maschilisti della nostra società, affinché partecipino numerose per rinnovare la rottura di mia madre Felicia rispetto all’immobilismo culturale, bigotto e reazionario, e per ripercorrere i passi delle tante donne, madri, figlie, sorelle, che hanno fatto dell’impegno antimafia la loro ragione di vita.

Anche i sindacati devono assumersi le proprie responsabilità, mettendo al centro i problemi del lavoro nero, precario, ultraflessibile, riprendendo le battaglie che furono di Peppino e dei suoi compagni. E chiediamo alle forze politiche che si dicono democratiche di operare un taglio netto con mafie e corruzione.

Si parla tanto di criminalità, di riciclaggio, di lavoro nero, di immigrazione clandestina, di sfruttamento minorile, di violenza sulle donne, di violenza razziale e di altre problematiche che non ci danno respiro: troppe volte ci si ferma alle parole o si adottano strategie più deleterie degli stessi problemi che dovrebbero risolvere, come i cosiddetti “provvedimenti per la sicurezza dei cittadini” che finiscono per annullare diritti umani fondamentali..

Esistono percorsi ben più sostenibili e compatibili con il benessere e il rispetto di tutti, che vengono però esclusi perché non fanno gli interessi dei soliti noti.

Aspettiamo ancora il perfezionamento della legge sulla confisca dei beni mafiosi, la legge 109 del ’96, proposta da Libera di Don Ciotti con una petizione popolare che ha raccolto un milione di firme sull’onda emotiva delle stragi di Capaci e via D’Amelio. L’intento era di avviare un nuovo percorso di sviluppo economico antimafioso, ma si è arenato negli scogli della burocrazia, del lasciar correre e degli interessi mafiosi.

Il 9 maggio a Cinisi, nell’ambito delle iniziative del Forum antimafia “Peppino e Felicia Impastato”, sarà un’occasione per riflettere su tutte queste tematiche, per far sentire la propria voce, per ribellarsi: siamo convinti che costruire un mondo senza mafia è possibile. Non solo, è necessario: un mondo senza questa “montagna di merda” che ci travolge. Il luogo scelto per la nuova Manifestazione Nazionale Contro la Mafia è Cinisi, non solo perché è lì che Peppino è nato ed ha svolto le sue attività, ma anche perché è da sempre una roccaforte dell’organizzazione mafiosa; lo fu ai tempi di Cesare Manzella prima e di Tano Badalamenti poi.

Ma tuttora il nostro paese è un pilastro del controllo mafioso: i clan locali sono rappresentati nella “commissione regionale” ed hanno un rapporto diretto con i capimafia; così è stato con Provenzano e con Lo Piccolo fino a poco fa.

È ora di attivarsi: dal 9 maggio in poi vogliamo cominciare a respirare aria pura, intrisa di libertà; vogliamo iniziare a vivere la gioia della bellezza.

Peppino, con il suo sacrificio, ci ha dato tanto. Non basta ricordarlo. Bisogna raccogliere quanto ci ha lasciato e continuare; dare nuova vita al suo pensiero e alla sua azione di uomo libero, ma soprattutto di siciliano libero.




Giovanni Impastato






















Il gruppo dirigente democristiano nello scacchiere politico locale, come su quello nazionale, si pone come un’associazione di tipo mafioso, non solo e non tanto per la convergenza di mafia e di clientele parassitarie che è riuscito a suscitare e ad aggregare attorno a sé, quanto per il modo stesso, banditesco e truffaldino, di concepire ed esercitare il potere”.








Peppino Impastato





Pensate che sia cambiato qualcosa?



Per informazioni adesioni e contatti:


Associazione Peppino Impastato-Casa Memoria

C.so Umberto 220 90045 Cinisi (Pa)

Tel. 0918666233-3341689181

email: giovannimapstato@gmail.com - web:www.peppinoimpastato.com


Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”

Via Villa Sperlinga, 15 – Palermo

Tel. 0916259789-Fax 091348997

email: csdgi@tin.it - web: www.centroimpastato.it





Nuotando nell'aria


DAL SITO RAINEWS 24
Un operaio morto e uno ferito a Guastalla

Incidente sul lavoro

Un operaio romeno di 45 anni, Stelica Maftei, e' morto mentre lavorava questa mattina in un capannone dell'azienda 'Padana Tubi' a San Giacomo di Guastalla, nel Reggiano. Caduto da un'altezza di otto metri, e' morto sul colpo per le gravi lesioni riportate.

L'uomo, residente nel torinese ma di fatto domiciliato a Finale Emilia (Modena), verso le 8.15 lavorava assieme ad un connazionale, regolarmente imbracato, su una piattaforma ad un'altezza di circa otto metri. I due, dipendenti di un'azienda di Finale, stavano installando impianti termoidraulici quando, per cause al vaglio dei carabinieri, la piattaforma e' stata colpita da un carro-gru manovrato a terra da un altro operaio.

Mentre il collega della vittima, di 48 anni, probabilmente agganciato con l'imbracatura ad un'altra struttura, e' rimasto sospeso in aria, Maftei, agganciato invece alla stessa piattaforma a sua volta crollata a terra, si e' sfracellato al suolo. L'altro romeno, trasportato al pronto soccorso dell'ospedale di Guastalla, ha riportato lievi contusioni.

La Procura di Reggio Emilia ha aperto un'inchiesta; le indagini sono condotte dai carabinieri, assieme al personale della Medicina del Lavoro dell'Ausl. La porzione di capannone, in fase di allestimento, adibita a cantiere dove e' avvenuto l'incidente, la piattaforma dove si trovavano i due operai e la gru che l'ha colpita sono stati sequestrati per accertamenti.

venerdì 1 febbraio 2008

Firma la petizione!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Rainews24 aderisce all'appello del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, che, per rilanciare il tema delle morti bianche, ha proposto una petizione rivolta al presidente Napolitano con cui chiede di valutare la possibilita' di assegnare una medaglia ai familiari di Denis Zanon, perche' anche attraverso questo gesto non si disperda la memoria di Denis e dei troppi che continuano a morire di lavoro.

Ecco il testo della petizione:

Caro Presidente, Le chiediamo di valutare la possibilità di concedere la medaglia al valor civile a Denis Zanon il lavoratore di Marghera morto mentre tentava di salvare il collega Paolo Ferrara”.


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